La sentenza del Tribunale di Milano, che condanna tre dirigenti di Google per violazione della privacy , ha riproposto una questione che risale alla notte dei tempi: qual è il confine tra libertà dell’individuo e responsabilità nei confronti dei diritti degli altri?
Gli Stati democratici sono riusciti, dopo aspri scontri e difficili mediazioni, a trovare delle soluzioni non univoche, ma tali da tener conto delle opposte esigenze e della cultura delle singole popolazioni.
Internet è un “nuovo mondo”, nato senza una regia (non esiste nessun controllo centralizzato) e senza confini; questo tipo di impostazione significa totale libertà di espressione (e di impresa), ma anche alcuni rischi, soprattutto per le persone più deboli.
Il Garante della privacy, in relazione alla sentenza, che ha trovato sostenitori e voci polemiche, ha sottolineato la necessità di “trovare delle regole condivise”, cosa auspicabile ma probabilmente molto difficile da realizzare in tempi brevi; inoltre queste regole comuni dovranno essere, per definizione, il risultato di un compromesso, che da solo non può risolvere il problema.
Tocca perciò a tutti fare la propria parte, secondo lo spirito del “migliore Internet”, che vede la Rete come strumento di democrazia partecipativa: se, come afferma Google, il video incriminato è rimasto visibile in Rete per ben due mesi, prima che qualcuno si sia deciso a denunciarlo, significa che molte, troppe persone hanno girato la testa dall’altra parte, pensando che non fosse affare loro.
Nello stesso tempo, ricordiamo che la Commissione Europea, nei piani per la tutela dei minori online, sollecita le aziende a investire in sicurezza, così come invita tutti i soggetti che si occupano a vario titolo dei minori (scuole, ONG ecc.), i Governi e le Pubbliche Amministrazioni a fare ogni sforzo per far diventare Internet un ambiente più sicuro per tutti.